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Sardegna, Sulcis, Sant'Antioco, La Jacaranda:
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domenica 27 aprile 2014

Sa die de Sa Sardigna


In sardu est prus bellu:

SA DIE DE SA SARDIGNA

Su 28 de abrile si festat "Sa Die de sa Sardigna", istituida in su 1993 cun lege regionale pro ammentare s'istòria de Sardigna e afortigare sos valores de s'identidade e de s'autonomia de su pòpulu sardu. Ant seberadu custa data pro ammentare sa "sarda rivolutzione" (1793-1796), ca pròpriu su 28 de abrile de su 1794 sos sardos nch'aiant catzadu su Vicerè Balbiano e sos funtzionàrios sabaudos dae Casteddu. 

Una die de importu pro no ismentigare chie semus.

(http://ufitziulimbasarda-planargiamontiferru.blogspot.it/)

E' meglio in sardo:

IL GIORNO DELLA SARDEGNA

Il 28 aprile si festeggia "Il giorno della Sardegna", una festa istituita nel 1993 con legge regionale per ricordare la storia della Sardegna e riaffermare i valori della identità e dell'autononia del popolo sardo. E' stata scelta questa data per ricordare la "rivoluzione sarda"  (1793-1796), perchè proprio il 28 aprile 1794 (sa die se sa ciappa - il giorno della cattura)  i sardi catturarono e costrinsero ad abbandonare Cagliari il Vicerè Balbiano ed i funzionari sabaudi. Un giorno importante per non dimenticare chi siamo.


Il presupposto più immediato di quanto avvenne il 28 aprile del  1794 (5 anni dopo la rivoluzione francese) fu quando accadde alcuni mesi prima .
Il 3 Ottobre 1792 Vittorio Amedeo III, dopo essere stato sconfitto dai Francesi ed aver dovuto cedere la Savoia e il Nizzardo, avvertiva il suo viceré Vincenzo Balbiano della possibilità di un imminente attacco francese alla Sardegna. Il Balbiano non sembrò preoccuparsi troppo di preparare le difese; se ne occuparono, al suo posto, la nobiltà e il clero, sicuramente bene informati di ciò che stava capitando ai loro omologhi in Francia. Clero e nobiltà, assieme ai rappresentanti delle città reali si riunirono in Parlamento e con grande rapidità, e con il contributo finanziario di alcuni ricchi mercanti misero insieme grandi risorse per destinarle alla difesa. Il clero, dal suo canto, si impegnò ad infiammare i popolani della città e delle campagne contro quelli che definiva i nemici di Dio, i violentatori delle donne, gli empi massacratori dei sacerdoti.
Le isole sulcitane (Carloforte, poi Sant’Antioco) e il meraviglioso golfo di Palmas furono lo scenario in cui si svolsero fatti decisivi.
Alla fine del 1792 due fregate gettarono l’ancora nel golfo di Palmas, mentre un’altra fregata con una cannoniera venne ormeggiata presso lo stagno di Su Pruini.
Il 3 gennaio del 1793 le truppe e le artigliere di Carloforte vennero fatte evacuare e trasportate nell’isola di Sant’Antioco per opporre maggiore resistenza.
Intanto la flotta francese andava sempre aumentando di numero ed il 7 gennaio si diede il via alle operazioni per la presa di Carloforte. Il giorno successivo i francesi sbarcarono pacificamente, accolti benevolmente dalla popolazione.
Il 14 gennaio i francesi occuparono la parte settentrionale dell’isola di Sant’Antioco, fortificandosi a Calasetta, in questo modo si assicurarono una munita base operativa e la possibilità per il corpo di spedizione di sorprendere Cagliari alle spalle dopo soli due giorni di marcia.
Il 17 tentarono una sortita oltre l’istmo, ma furono affrontati da un drappello di sette animosi miliziani e sanguinosamente respinti; tre miliziani di Sant’Antioco persero la vita.
Il  contro ammiraglio Truguet, comandante della flotta francese, considerate le difficoltà di uno sbarco nel Sulcis anche in seguito a questi avvenimenti, fece rotta verso Cagliari.
Il 27 gennaio del 1793, la flotta Francese, composta da 70 navi di cui molte da guerra, con seimila soldati a bordo,  ricomparve nel porto di Cagliari.
Una piccola imbarcazione francese con a bordo degli inviati per parlamentare, fu affondata ed i francesi iniziarono a bombardare dal mare la città; il bombardamento durò sei ore, con molto spavento ma con pochi danni. I tentativi di sbarco dei francesi furono respinti dai miliziani sardi e da pochi soldati piemontesi regolari. 
Il 17 febbraio di quel 1793 le navi francesi, all’ancora nel golfo di Cagliari, vennero investite da una burrasca; la flotta francese, malconcia per le avarie, si radunò ancora nel golfo di Palmas, ripartendo definitivamente per Tolone il 24 Febbraio. Solo nelle isole di San Pietro e Sant’Antioco restò una guarnigione di 700 soldati francesi.
A fine maggio giunse la flotta spagnola a soccorrere i Savoia; il 20 venne riconquistata l’isola di Sant’Antioco e si chiuse il tentativo francese di conquista della Sardegna ai danni dei Savoia.
Forti del comportamento avuto contro i francesi che dimostrò l’attaccamento dei sardi alla corona, nel 1794 una delegazione degli Stamenti Sardi (bracci in cui era diviso il parlamento isolano), si recò a Torino sperando in un giusto riconoscimento e presentando  al  sovrano sabaudo Vittorio Emanuele IV una richiesta, riassunta  in cinque punti, di maggiore autonomia, minore pressione fiscale e riconoscimento dei diritti civili per le popolazioni della Sardegna.
La delegazione invece fu quasi maltrattata e dopo cinque mesi ritornò il primo aprile del 1794 a Cagliari senza aver nulla ottenuto.
In città allora esplose la rabbia e un gruppo di cospiratori, con Gerolamo Pitzolo in testa, decise una rivolta per il giorno 4 maggio, data del rientro di Sant’Efisio da Nora.
La sommossa invece scoppiò il 28 aprile 1794 quando il popolo infuriato proveniente da tutti i quartieri forzò le porte di Castello liberando i detenuti e mettendo in fuga la guarnigione piemontese e assediando il palazzo regio sede dei funzionari reali.
 
SA DIE DE SA CIAPPA (Il giorno della cattura)
 
Il 30 aprile i piemontesi sconfitti e senza alcuna alternativa, seguiti dalla folla si imbarcarono abbandonando Cagliari: per poco tempo però perché a settembre dello stesso anno con il nuovo viceré Marchese di Vivalda essi ritornarono più invadenti che mai….

(le notizie sui francesi nel Sulcis sono tratte da "1793-Sant'Antioco tra Rivoluzione e Identità", Marco Massa in Annali 2009).



giovedì 24 aprile 2014

Il Santo e la Sagra

Dal 1° al 5 maggio, a Sant'Antioco, la 655^  Sagra di  S.Antioco Martire.



Trovate qui:


DALLA FINESTRA

Il video della Coop. Millepiedi Onlus; cortometraggio presentato al concorso "Visioni sulla costa 2013" della Conservatoria delle Coste, 2° classificato. Girato a Sant'Antioco.

domenica 23 marzo 2014

I giganti di Monte Prama

Finalmente di nuovo in piedi  ed esposti alla ammirazione di tutti!
Dopo tremila anni dalla loro realizzazione ed esattamente dopo quarant’anni dal loro ritrovamento, hanno da ieri trovato spazio nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e nel Museo Civico di Cabras i Giganti di Monti Prama*,  i Kolossoi  – nome con il quale li chiamava l’archeologo Giovanni Lilliu - rinvenuti nell'Heroon di Monte Prama, l'area funeraria e monumentale che rappresenta in assoluto una delle scoperte archeologiche più straordinarie, per il numero, la particolarità dei reperti e il significato culturale dell’intero contesto.
La Calabria infatti ha i suoi Bronzi di Riace, la Cina il celeberrimo «esercito di terracotta», ma anche la Sardegna può da oggi mostrare le sue Prende ’e zenia, ovvero «gioiello di un popolo»: così giustamente si è voluto intitolare il progetto di restauro di queste figure colossali scolpite nella pietra calcarea locale, la cui altezza varia tra i 2 e i 2,5 metri.


Le statue sono state trovate per caso tra il 1974 e il 1979,  spezzate in numerosi frammenti; dal 2007 al 2012, il Centro di Conservazione Archeologica di Roma nel Centro di Restauro regionale di Li Punti, a Sassari,  ha assemblato i 5178 reperti provenienti dalle campagne di scavi e dai recuperi, per un peso complessivo di dieci tonnellate e 38 sculture sono state montate su particolari strutture portanti per permettere il lavoro di ricomposizione.


Caratteristica comune alle statue è la resa del volto e in particolare degli occhi.
Due cerchi concentrici, unitamente ad una fronte molto prominente che scende su un naso stilizzato e pronunciato, rendono lo sguardo delle statue magnetico e severo e trasformano l’incontro con gli occhi del visitatore in un’esperienza indimenticabile.




I colossi erano stati abbattuti e volutamente ridotti in frantumi, sparsi intorno a una serie di tombe; erano accompagnati da modellini di nuraghi altrettanto colossali, alti anche un metro e 80; certamente vennero distrutti dopo la sconfitta del popolo che li aveva costruiti. Qualcuno distrusse le statue "con furia diabolica": Chi fu? Perché? Non lo sappiamo.
Così come nessuno sa ancora dirci, con assoluta certezza,  a cosa servissero, che cosa proteggessero, quando, come e dove fosse originariamente disposta quella  serie di statue in arenaria, alte fino a due metri, che raffiguravano pugili, arcieri e guerrieri; sono infatti un unicum assoluto tra le civiltà del Mediterraneo. E forse potrebbero dare un’immagine diversa alle ancora misteriose culture della protostoria sarda.
Eroi di un passato mitico a guardia delle sepolture, numi tutelari della comunità che abitava quelle terre, defunti divinizzati dopo la morte? Chi fossero in realtà i giganti di Monte Prama con il loro grandi occhi rotondi è ancora un mistero.

I bronzetti sardi furono la fonte d'ispirazione per la loro realizzazione, oppure – se la datazione certa dei reperti fosse spostata dall'VIII secolo a.C. al IX o addirittura al X secolo a.C. ( ipotesi che potrebbero farne fra le più antiche statue a tutto tondo del bacino mediterraneo, in quanto antecedenti alle sculture arcaiche della Grecia antica) -  sono queste stesse statue ad aver ispirato la realizzazione dei bronzetti?


In attesa della risoluzione del mistero, accontentiamoci  da oggi di poter ammirare nelle due mostre allestite appositamente a Cagliari, nella Cittadella dei Musei, e a Cabras, nel Museo Civico, una parte delle 28 statue restaurate.
Le mostre riservano al visitatore diverse sorprese, in particolare un sistema multimediale innovativo creato in collaborazione con il CRS4 che consente la visualizzazione particolareggiata a grandezza naturale delle statue e dei modelli di nuraghe restaurati.


Le statue, “specchio di un sistema sardo di cultura eccellente e competitivo”, come le ha definite Giovanni Lilliu, sono da oggi  restituite stabilmente alla Sardegna e potranno riaffermare il loro immaginario messaggio:




* Il toponimo Monte 'e Prama significa in lingua sarda "Monte delle Palme", probabilmente dovuto al fatto che la località era ricoperta da palme nane, un tempo abbondanti nel Sinis (Oristano)

giovedì 20 marzo 2014

Benvenuta Primavera


    Dogni ann'in beranu ti mudas  
    ricca d'ervas e fiores                                                                                                                         
   (Ogni anno in Primavera cambi                                                                                                    
   ricca di erbe e di fiori) 
   "L’inverno è passato ...  
    il tempo del canto è tornato,
   e tu ti ricoprirai di fiori ... ''

La stagione primaverile si chiama in lingua sarda Su beranu: il momento dell’anno tanto atteso dai pastori, dai contadini e dai pescatori…ma anche da chi aspetta l’arrivo o il ritorno di primi ospiti della nuova stagione.
La Sardegna è bellissima in primavera! una bellezza rigogliosa e spettacolare! Le temperature iniziano ad aumentare e la natura ci regala i suoi meravigliosi colori e profumi.

Visitare la Sardegna in primavera  è un’esperienza unica, per chi ama passeggiare immerso nella macchia mediterranea, circondato da fiori dal tratto delicato e dai profumi intensi,  riscaldandosi al sole tiepido, rigenerandosi dopo il freddo inverno, con i sentori  delle erbe aromatiche e del profumo del mare.
Si avvicinano le vacanze di Pasqua (che è la resurrezione della natura dopo la morte dell’inverno) e la Sardegna è un mare di verde fiorito, un’esplosione di colori e di profumi: la stagione ideale per tutte le attività all’aria aperta e per la scoperta di aree archeologiche e naturalistiche la cui visita è spesso evitata durante la stagione estiva a causa delle condizioni climatiche sfavorevoli (...troppo caldo!!) e perché il richiamo del mare e della spiaggia costringe in secondo piano queste esperienze.

Sardegna – non solo mare e spiagge

La Sardegna è nota in tutto il mondo per il mare dalle acque trasparenti e turchesi, e per le spiagge di sabbia fine e bianca. Ma per chi non cerca solo la vacanza sotto l’ ombrellone e desidera scoprire altre bellezze della Sardegna, l'isola offre in primavera tantissime opportunità: colline e prati ricchi di specie floreali da scoprire, itinerari per il trekking e per il cicloturismo, manifestazioni folkloristiche, sagre e iniziative culturali, tesori archeologici dal prenuragico, al nuragico ed al fenicio punico, …. Senza perdere l'opportunità, grazie al clima mite e non afoso, di trascorrere qualche ora su spiagge quasi deserte, come nella stagione estiva è difficile trovarle.

I ponti di primavera


Quest’anno la primavera si presenta particolarmente fitta di ponti e week end, ideali per scoprire un’altra Sardegna e per  il primo “assaggio” di mare della stagione:
Il ponte di Pasqua (da venerdì santo, 18 aprile, a Pasquetta, 21 aprile);
a seguire il ponte del 25  aprile (da giovedì 24 a domenica 27 aprile);
per ultimo il ponte del 1° maggio (da mercoledì 30 aprile a domenica 4 maggio).
Tre "ponti" ravvicinati che, per chi potrà, possono diventare un lunghissimo periodo di vacanza, nella esplosione di colori e profumi della primavera del Sud della Sardegna. Un periodo, inoltre, nel quale sono previste manifestazioni di particolare interesse:



 la conclusione delle celebrazioni della 
Settimana Santa 
(processione del Venerdì Santo a Iglesias e processione de "S'incontru" a Sant'Antioco la mattina di Pasqua)




 
 la 65.ma Fiera Campionaria di Cagliari, dal 25 aprile al 6 maggio 



 L'invasione digitale della Grande Miniera di Serbariu, programmata per il 25 Aprile



La manifestazione è gratuita e aperta a chiunque voglia condividere le immagini della visita su Facebook,  Twitter, Instagram, Pinterest, Foursquare o YouTube. Gli "invasori digitali" potranno invadere liberamente gli  esterni della Grande Miniera di Serbariu e la Lampisteria del Museo del Carbone, con l’esposizione permanente sulla storia della miniera e della città di Carbonia, dalle 10.00 alle 18.00. Alle 11.30 e alle 16.00, inoltre, potranno partecipare alle passeggiate fotografiche in compagnia di una guida. Il percorso include: gli esterni con la locomotiva FMS 101 Breda, la suggestiva Sala Argani e la mostra Strumenti e Ricordi, con ricostruzioni di ambienti dell’epoca.


Il 1° Maggio a Cagliari 
quando il capoluogo  e tutta la Sardegna festeggiano la 358esima festa di Sant'Efisio



Ogni 1° di maggio, la popolazione sarda accompagna il suo Santo protettore in questa tradizionale ed originale processione, ripercorrendo il tragitto che, dal carcere in cui venne imprigionato, giunge nel luogo del martirio a Nora. Il corteo è sfarzoso: composto da 3.500 persone in costume e provenienti dal Campidano, dalla Gallura, dall'Ogliastra, dal Sulcis, dal Logudoro e dalla Barbagia ed accompagnati da oltre 200 persone a cavallo suddivise nei tre gruppi principali dei Campidanesi, dei Miliziani e della Guardiania, oltre la scorta d'onore dei Mazzieri comunali, dell'AlterNos, del Clero, della Rappresentanza dell'Esercito e dei Carabinieri in alta uniforme, anch'essi tutti a cavallo. Un intenso momento di devozione, fede, cultura e tradizioni centenarie che si fondono in una kermesse folkloristica che non ha eguali al mondo.


 la Sagra in onore del santo patrono di Sant'Antioco

ultima manifestazione del periodo (da venerdì 2  a martedì 6 maggio) della quale ci occuperemo in un prossimo post appena sarà definito il programma completo delle manifestazioni.




La Sardegna, il Sulcis in particolare,  offre tanto... bisogna scoprirla!

E quando, se non in primavera?

mercoledì 15 gennaio 2014

SANT'ANTONI E' SU FOGU

( Sant'Antonio del Fuoco )

Sant’Antonio Abate, si festeggia il 17 gennaio in tutta Italia ed anche in altri paesi europei; a questa festa si associa in molte regioni, la benedizione degli animali, o del pane, e quasi ovunque del fuoco.
I falò si accendono dovunque nella notte fra il 16 ed il 17 gennaio, e da questa tradizione la festa prende il nome di “Falò di S. Antonio”. Il fuoco, insieme agli animali domestici, è sempre rappresentato infatti  nelle immagini sacre di S. Antonio, al punto che ad alcune malattie della cute viene dato ancora oggi il nome “Fuoco di S. Antonio”. Per l’occasione, a Napoli, vi sono persino numeri propiziatori  della buona fortuna da giocare al lotto, naturalmente sulla ruota di Napoli: il 4, il fuoco; l’8, il porco; il 17, sant’Antonio.
All’imbrunire del giorno della vigilia, in un’atmosfera magica, le persone si recano nel luogo scelto tradizionalmente per l’accensione del falò,  in un rituale fra il sacro e il profano, talvolta pregando attorno al fuoco purificatore benedetto dal parroco.Inizia così il rito pagano di probabile origine greca (il mito di Prometeo che rubò il fuoco agli dei) dedicato all’elemento “sacro” della terra, associato al colore del sangue e al calore del corpo e quindi alla vita.
E’ una ulteriore dimostrazione di come i riti cristiani in qualche modo si innestano (si impadroniscono?) di antichi riti pagani preesistenti, accostando il culto e la devozione per il Santo alla tradizionale cerimonia purificatoria del fuoco, ben conosciuta da tante civiltà pre-cristiane, da quella celtica, a quella romana, a quella nuragica.
Sembra documentato storicamente che il santo sia morto proprio il 17 gennaio e la sua festa si è trovata, per caso, nelle vicinanze delle antiche feste pagane che si celebravano in questo mese; così la fantasia popolare lo ha fatto diventare un santo rurale, protettore degli animali da stalla.
Nell’antica Roma a gennaio si celebrava la Festa dell’agricoltore (le Ferie Sementine) durante le quali si procedeva alla cerimonia di espiazione e purificazione, offrendo doni alle dee Terra e Cerere. Come ci racconta Ovidio, l'aratore doveva sospendere il suo lavoro, poiché la terra quando è fredda soffre per il solco, le giovenche dovevano riposare perché verrà poi il tempo del lavoro, le due dee dovevano essere placate con il sangue della scrofa e coi i doni.
Quando le reliquie del santo abate giunsero in Francia, i primi cristiani trasferirono nel santo gli attributi del dio Lug,  il dio del gioco e della divinazione, colui che risorgeva con la primavera, figlio della Grande Madre celtica cui erano consacrati i cinghiali e i maiali come alla romana Cerere.
Ma la Festa di Sant’Antoni de su fogu è molto sentita in tutta la Sardegna, e costituisce, per gli aspetti mitico-rituali, un momento suggestivo.
Anche nei paesi sardi, in un connubio tra sacro e profano, i bagliori di grandi falò accesi illuminano la notte tra il 16 e il 17 gennaio, riunendo la gente nella propria piazza per rinnovare l'antico rito ancestrale dedicato al patrono della pastorizia e dell'agricoltura.
L’importanza che la figura di Sant’Antonio Abate ha ancora oggi nel contesto culturale sardo è comprensibile solo se si conosce il racconto del furto del fuoco.
Infatti Sant’Antoni de su fogu, è il Prometeo della tradizione sarda: colui che rubò il fuoco dall’inferno per regalarlo agli uomini. Secondo la leggenda, Sant’Antonio discese all'inferno per trafugare, con astuzia, una scintilla incandescente, nascondendola nel suo bastone cavo, per donarla, sulla terra ghiacciata, agli uomini che ancora non conoscevano questo elemento. Così la racconta Giuseppe Calvia-Secchi alias Lachesinu,  in un suo articolo dal titolo “Leggende Sarde”:  
"Quando nel mondo non esisteva il fuoco, Sant’Antonio andò all’inferno per prenderlo, ed entrovvi con una ferula tra le mani colla scusa di scaldarsi. Appena i diavoli lo videro, cominciò uno di loro a far gran rumore gridando: -Ben ve lo avea detto che Antonio ci avrebbe ordito qualche inganno! Ma Sant’Antonio non se ne dette per inteso, accese la ferula, e usci fuora dall’inferno esclamando a gran voce: -Fogu fogu – peri su mundu."
Ed è per questo gesto così importante che in tantissimi centri dell’isola  si accendono e si benedicono i fuochi; il legname viene accatastato fino a formare un’altissima piramide chiamata Su Fogarone, o Su Foghidoni. La festa dura due giorni tra balli, canti tradizionali, buon vino e tipici dolci di sapa, segnando l’inizio del Carnevale e quindi la prima uscita (“sa prima essia”) delle caratteristiche maschere tradizionali isolane.
 “Balla chi commo benit carrasecare” (balla, che ora arriva il Carnevale), questo è l’invito dei Mamuthones e Issohadores di Mamoiada, dei Boes e i Merdules di Ottana e delle  altre maschere ancora che affollano le vie dei paesi della Sardegna.
La festa del 17 gennaio segna quindi l’inizio ufficiale del Carnevale.
A Carloforte e Calasetta (di tradizione ligure) è proprio questa giornata la prima festa di carnevale, sintetizzata dal vecchio detto: "l'epifania tutte le feste si porta via....poi vegne Carlevò e u sai turne a remurcò" (poi arriva il carnevale e se le rimorchia di nuovo) ... e dalla filastrocca recitata da tanti anni a bambini carlofortini: “ Au Disette de Zenà u incuminsa Carlevà” (il 17 gennaio inizia carnevale)


ascolta uno spezzone della filastrocca musicata ed eseguita da Mario Brai