blog aziendale di LA JACARANDA
locanda con cucina di Sant'Antioco



Sardegna, Sulcis, Sant'Antioco, La Jacaranda:
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martedì 20 ottobre 2015

Mostra a Roma: ANTIOCO IL SANTO VENUTO DAL MARE

A Roma una originale ed interessante mostra


ANTIOCO
il Santo Moro
venuto dal mare

L’autunno è decisamente un bel periodo (magari profittando del ponte dei Santi) per una vacanza romana. Un viaggio nella Capitale in questo periodo, permetterà, quest’anno, di visitare una mostra di grande originalità ed attualità. 

Con il titolo “ANTIOCO IL SANTO VENUTO DAL MARE”, la mostra - ideata e curata da Roberto LAI – Presidente dell’Associazione Sulcitana di Storia e Archeologia onlus “ARCIERE”, sarà inaugurata il 30 ottobre e resterà aperta fino all’8 novembre. Sarà ospitata  a Palazzo Valentini, uno dei più importanti palazzi storici di Roma nel cuore di Piazza Venezia, con le sue "Domus Romane" (circa 1000 visitatori giornalieri).

Livio Scarpella (Ghedi, Brescia)
La mostra ospiterà circa 30 opere, di cui 12 sculture e 17 dipinti; un progetto che intende percorrere un itinerario storico tra passato, presente e futuro, nel quale, attraverso la figura di Antioco, gli artisti hanno voluto interpretare e rappresentare le difficili tematiche dell'emigrante, del clandestino, dell'uomo venuto dal mare. 
Antioco visse durante il regno dell'imperatore Adriano (117-138). Nacque in Mauritania e poi approdò nell'isola di Sulci (oggi Sant'Antioco, sud-ovest della Sardegna) dove propagò la dottrina cristiana ed infine trovò la morte. Le sue reliquie furono rinvenute nella Basilica a Lui dedicata esattamente 400 anni orsono (18 marzo 1615); nell’anno in cui ricorre il IV Centenario del ritrovamento delle reliquie è stato indetto uno speciale anno celebrativo,  un evento privilegiato per tutta la Sardegna che lo venera come “glorioso patrono”. In questo contesto si è dato vita ad un ambizioso progetto culturale avente come obiettivo la realizzazione di una Mostra d'arte contemporanea dedicata al Martire Antioco.  
Un Santo di colore, un Santo taumaturgo venuto dal mare africano, un Santo internazionale che, oggi possiamo identificare anche come un migrante alla ricerca di se stesso e del suo posto nel mondo.
Gli artisti, ispirati da questi principi, hanno spaziato sull'iconografia del Santo rilanciando lo stesso in una visione contemporanea sul tema del "Santo venuto dal mare". Le analogie con l'attualità, che la vita "avventurosa" di Antioco ci rimanda, è del tutto evidente.  Una delle più belle interpretazioni artistiche del Santo è, senza dubbio, quella realizzata da  Maestro Livio Scarpella (nato a Ghedi, Brescia, dove vive e lavora); la sua statua che raffigura il Santo di colore, già esposta alla Biennale d'Arte Sacra di Venezia, è stata donata al Santo padre Francesco durante la sua visita in Sardegna a Cagliari e resa disponibile per la mostra.
Oggi, sono un numero incalcolabile gli Antioco costretti a partire in condizioni drammatiche, per ricostruirsi la vita altrove. La mostra, oltre che far conoscere la storia del santo ed apprezzare le opere in esposizione, è un contributo alla conoscenza dell'epocale migrazione in atto ed uno stimolo per tutti a rispondere con atti concreti a questa straordinaria emergenza.

Hector Gonzales (Avana, Cuba)

Marco Ferrigno (Napoli)



“ANTIOCO IL SANTO VENUTO DAL MARE”
Dal 30 ottobre all’8 novembre 2015
Palazzo Valentini, Sala della Pace
Via IV Novembre 119/a
Roma
Informazioni
http://www.sanantioco.it

sabato 4 luglio 2015

Sant'Antioco, l'isola che non c'è

Arkeosardinia.it. - Archeologia 2.0 

Partire dal patrimonio archeologico per rilanciare il territorio. È l'intuizione della Regione Sardegna, che ha da poco lanciato il portale Arkeosardinia.it. Un sito che raccoglie una grande quantità di contenuti digitali che documentano la storia dell'isola dal V millennio a.C. Al V secolo d.C.
In tutto, sono 48 le schede dei più interessanti (secondo la scelta effettuata) siti archeologici sardi. L'iniziativa, supportata dalle quattro Camere di Commercio sarde (Cagliari, Nuoro, Oristano, Sassari) e dalla Soprintendenza sarda ai beni Archeologici, è il risultato di quattro anni di lavoro, duecento ore di volo e duemilacinquecento foto.
“Il progetto che la Regione sta portando avanti e su cui lavora intensamente è quello di ripensare la destinazione e il posizionamento della Sardegna sui mercati internazionali – ha spiegato Francesco Morandi, assessore regionale al Turismo, Artigianato e Commercio - Crediamo che si possano incrementare con grande facilità flussi turistici oggi molto scarsi e che gli attrattori culturali regionali possano diventare un punto di riferimento nel mondo per rendere riconoscibile la Sardegna e per portare una parte del made in Italy in alcuni mercati finora poco esplorati”.

Un fine che le istituzioni vogliono raggiungere anche attraverso il sito www.arkeosardinia.it. Un portale innovativo realizzato usando le tecnologie web più moderne. Uno strumento completo in grado anche di supportare i viaggiatori nelle loro visite. Ogni punto archeologico, infatti, è collegato con le strutture turistiche più vicine: dagli alberghi ai ristoranti.
“Il sito propone immagini fotografiche e riprese aeree da elicottero, più una serie di modelli tridimensionali realizzati con tecnica fotogrammetrica – spiega Gianni Alvito, titolare di Teravista, la società che si è occupata dello sviluppo tecnico del sito – All'interno di ogni scheda è presente una descrizione divulgativa dei siti archeologici, ma comunque sempre con contenuti scientifici, e tutte le informazioni per raggiungere e riservare strutture turistiche ricettive della zona. Il sito è georeferenziato e su una mappa di Google indica come raggiungere ogni luogo”. 
Tutto bene?








L'isola di Sant'Antioco, che può vantare una densità di nuraghi per Km. difficilmente riscontrabile in altre zone della Sardegna, è - per i curatori di questo sito - un'isola che non c'è!










Nessuna scheda per l'area archeologica, il museo, il tofet, la necropoli, il villaggio ipogeo. Nessun cenno ai 39 e forse più nuraghi censiti nell'isola, nessuna scheda per ll Santuario Nuragico di Grutt'i Acqua.
Eppure dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti le numerose iniziative dell'Amministrazione Comunale nel settore: si sta svolgendo in questi giorni la nona edizione della Summer School in Archeologia fenicia e punica. una serie di conferenze sulle missioni di scavo archeologico a Sant'Antioco ed anche sul "futuro dei beni archeologici fra innovazione e tecnologie"; in parallelo è partita una nuova missione di scavo nell'area del cronicaio, si sta per avviare, finalmente, il cantiere per mettere in sicurezza e rendere nuovamente fruibile l'area della necropoli, si susseguono altre interessanti iniziative, tra le quali segnaliamo, per ultima, quella prevista il 17 luglio presso il MAB, Museo Archeologico Ferruccio Barreca, relativa all'evento " Le Strade di Sulky: l'emporio" che darà la possibilità di assistere a una rievocazione storica del mercato fenicio, unita alle produzioni contemporanee di artigiani e produttori locali.


Appare, alla luce di ciò, inspiegabile l'assenza di Sant'Antioco nella nuova, interessante ed innovativa, iniziativa della Regione con il portale Arkeosardinia.it
C'è qualcosa che non va, evidentemente.
Sicuramente il grande richiamo suscitato dalla esposizione delle restaurate statue dei Giganti di Monte Prama e dalla ripresa delle ricerche in quell'area, pone le istituzioni (Assessorato Regionale e Soprintendenza Archeologica) davanti alla necessità di un rilancio non solo degli studi e delle ricerche ma anche della attività di promozione, anche ai fini turistici, del settore nuragico e prenuragico, rispetto al fenicio-punico ed a quanto attiene al patrimonio storico di altre epoche successive. 


E probabilmente questa "politica di valorizzazione e di posizionamento della Sardegna sui mercati" in qualche modo rallenta, offusca, se non rende vana, la meritoria opera sin qui portata avanti dall'Amministrazione e dai valenti studiosi che con essa collaborano.
Credo che però si imponga una reazione decisa: sia perché si ponga rimedio all'inspiegabile assenza di Sant'Antioco sul nuovo portale, ma anche perché venga finalmente avviata una decisa opera di valorizzazione del patrimonio nuragico dell'isola.


E' stato ripreso da alcuni media, in questi giorni, un interessante articolo di Paolo Lusci apparso sulla rivista Lacanas alcuni anni fa, che di seguito riportiamo integralmente, nel quale si sottolinea come "...appare, invece, alquanto strano come sia stato trascurato l’elemento nuragico prepotentemente presente e visibile nell’isola"; concordiamo sulle conclusioni di Paolo Lusci:
la valorizzazione del patrimonio nuragico di Sant'Antioco è "..doveroso e non solo sul piano culturale. In un territorio afflitto dai problemi di sempre, dove l’industria ha fallito e il turismo stenta a decollare, potrebbe rappresentare un momento importante della progettazione economica e della produzione di benessere. Frutto dell’intelligenza, questa volta."




Alla scoperta degli antichi tesori dell'isola di Sant'Antioco

Un sistema nuragico di dimensioni gigantesche con tanto di laghetto

E’ un’isola particolare Sant’Antioco. Situata all'estremità sud-occidentale della Sardegna, la si può raggiungere comodamente in automobile percorrendo la statale 126, lasciata la 130 dopo aver superato Iglesias. Collegata alla terraferma da un istmo naturale su cui passava l’antica strada romana, ha recuperato il proprio status di isola nel 1981 quando venne inaugurato il ponte e le acque della laguna comunicarono nuovamente con quelle del golfo di Palmas.
Deve il suo nome come l’omonima cittadina (l’altro comune presente nell'isola è Calasetta) ad Antioco, medico mauritano, martire cristiano sotto l’imperatore Adriano. Approdatovi miracolosamente, continuò a esercitare la professione medica e a diffondere il Cristianesimo. Il culto del Santo africano è tra i più antichi e diffusi della Sardegna tanto che già dal XVI secolo è venerato come ”Patrono”.
Al riparo dal turismo che fa notizia e compare chiassoso su giornali e tv, Sant’Antioco continua, pigramente, a cullarsi nei ricordi del suo glorioso passato. La città più antica della Sardegna. La fenicia Solki, la romana Sulci. Città ricca e potente, vicinissima alle zone di estrazione mineraria, con il suo porto sicuro costituiva un’importante scalo commerciale e militare.
Già sede vescovile sino al XIII secolo, subì pesantemente le scorrerie saracene. Abbandonata dalla popolazione venne ripopolata a partire dal XVIII secolo. Ricca di testimonianze archeologiche, alcune delle quali impreziosiscono prestigiose collezioni private e il Museo archeologico di Cagliari, offre ai suoi visitatori i resti straordinari della propria storia fenicio-punica e romana di cui molto si è detto e scritto.
Appare, invece, alquanto strano come sia stato trascurato l’elemento nuragico prepotentemente presente e visibile nell’isola. Merita al riguardo particolare attenzione il sito chiamato Grutt’i acqua. Si trova a circa 15 km dal paese, seguendo la strada che porta a Maladroxia e Coa ’e cuaddus, poco distante dal mare sull'impervia costa occidentale. Una dei tanti rilievi che compongono il gradevole paesaggio agreste. Il toponimo indica un chiaro legame con l’acqua ed è proprio questo l’elemento più rappresentativo e conosciuto dai visitatori che dopo una leggera salita, superato il primo ”pozzo sacro” e ancora una seconda salitina possono ammirare in una piscina circolare immersa nella macchia mediterranea: il laghetto nuragico artificiale, unico nel suo genere, con l’acqua tutto l’anno, il cui fondo è interamente lastricato.

Probabilmente è proprio a causa di questa suggestiva visione che si perde il quadro d’insieme del territorio e non si ha la consapevolezza che quello che non si vede o meglio che non percepiamo come definito e concretamente distinto costituisce la reale specificità di Grutt’i acqua, il suo tesoro nascosto. E allora torniamo indietro, riguadagniamo la stradina dove abbiamo lasciato l’automobile, vicino al medau Massa. Volgiamo lo sguardo nuovamente a quella che ci era sembrata una semplice collinetta. Il dubbio ci assale, tentiamo la scalata, 137 metri sul livello del mare non sono poi tanti. Arrivati alla meta lo sguardo incontra il mare, da una parte e dall'altra.
Ci troviamo su un nuraghe imponente, la cui sommità è ben visibile e segnata da massi squadrati che scompaiono nel terreno dando origine a un’enorme buca, quasi un cratere ricolmo di terra. Tutt'intorno, a valle, sono ancora visibili i resti del villaggio alla cui difesa, probabilmente, era preposto. Ma le sorprese non sono finite.

Lungo l’antico sentiero nuragico continua l’esplorazione. Grandi pietre (i cosiddetti megaliti) segnano il territorio, nascoste dalla vegetazione due cisterne su livelli sfalsati, un tempo comunicanti a prestar fede al racconto di alcuni anziani pastori che da ragazzi si avventuravano nei bui cunicoli di collegamento. Il pensiero ricompone l’immagine mitica dei famosi giardini pensili di Babilonia.
Altri segni, altre pietre enormi anch'esse celate dal folto cespugliato, l’abbozzo di una probabile cinta muraria. Si arriva, così, smarriti nel tempo e nello spazio, alla vicina ”tomba dei giganti” e proseguendo ancora, del tutto inatteso, appare il mare e il sentiero termina lì, dove in epoca lontana c’era l’approdo delle navi, il porto ormai dismesso: Portu sciusciau - Porto distrutto. Eloquenza dei toponimi!
E’ tutto chiaro, finalmente. Grutt’i acqua, di fatto, è un complesso e articolato sistema nuragico dalle dimensioni gigantesche. Un ambiente unico, esclusivo per la quantità e la qualità delle testimonianze presenti. Il professor Giovanni Lilliu ne ha proposto una datazione prossima alla fine del secondo millennio a. C., di molto anteriore all'arrivo dei fenici sull'isola (IX sec. a. C.). E’ lì da quattromila anni, integro, anche se mostra gli acciacchi del tempo e di qualche maldestro tentativo di sistemazione. Non sappiamo esattamente chi l’abbia progettato e costruito, quale popolo l’abbia abitato e come trascorressero le giornate quei nostri antenati lontani.
Paradossalmente possiamo dire che il disinteresse generale abbia prodotto un ”salutare ritardo” nel recupero di questo immenso patrimonio archeologico. Avviare una corretta, quanto necessaria, campagna di scavo è doveroso e non solo sul piano culturale. In un territorio afflitto dai problemi di sempre, dove l’industria ha fallito e il turismo stenta a decollare, potrebbe rappresentare un momento importante della progettazione economica e della produzione di benessere. Frutto dell’intelligenza, questa volta.
Paolo Lusci

martedì 28 aprile 2015

28 APRILE - SA DIE DE SA SARDIGNA


Con Legge Regionale n.44 del 1993, il Consiglio Regionale sardo ha istituito "Sa die de Sa Sardigna"; il giorno 28 Aprile di ogni anno si festeggia, in ricordo del 28 aprile 1794, il "Giorno della Sardegna".
Ricordiamo gli avvenimenti di quel giorno e di quel periodo, definito dagli storici "la rivoluzione sarda".

Nel corso degli eventi successivi allo scoppio della Rivoluzione francese, la Francia rivoluzionaria aveva sferrato l’attacco ai Savoia, alleati nella confederazione antifrancese. Sotto l’urto delle armi rivoluzionarie i Savoia verranno travolti e scacciati, prima da Nizza e dalla Savoia e poi dallo stesso Piemonte (nel 1799 il re Carlo Emanuele fu costretto ad esiliarsi in Sardegna e risiedette per breve tempo a Cagliari). Dopo l’occupazione di Nizza e Savoia, nel 1792, dovette sembrare ai francesi impresa facile anche l’occupazione della Sardegna.
Il 29 dicembre del 1792 i francesi avevano occupato Carloforte senza colpo ferire e si preparavano ad invadere l’isola. Ma il 17 gennaio 1793 dovettero ritirarsi dall’istmo di Sant’Antioco, grazie alla resistenza dei miliziani sardi; il 20 gennaio la flotta francese fece vela sulla città di Cagliari.
Il 22 gennaio la flotta francese comandata dal Truguet inizia il bombardamento sulla città di Cagliari ed in febbraio hanno luogo le operazioni di sbarco sul litorale di Quartu, I miliziani sardi riescono a resistere agli assalitori, che si ritirano.
A questo punto Vittorio Amedeo III vuole premiare i sardi che gli hanno salvato il trono, ma nell'assegnazione delle ricompense vengono favoriti i piemontesi, cosa che suscita molto malumore. Il re aveva concesso ben misera ricompensa: 24 doti da 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio fra le zitelle povere; la fondazione di 4 posti gratuiti per il Collegio dei Nobili di Cagliari; la concessione di 2 posti del Collegio dei Nobili di Torino; l’assegnazione di mille scudi annui a beneficio dell’Ospedale di Cagliari. E’ chiaro che tutte queste cose esacerbarono l’animo, prima che del popolo, di coloro che avrebbero meritato di occupare posti di superiori funzioni nel vicereame.
Nobili e borghesi, nell'entusiasmo della resistenza ai francesi, hanno assaporato il piacere del comando, hanno riscoperto il valore delle tradizionali “autonomie” sarde, che i Savoia avevano trascurato e disprezzato.
I nobili cagliaritani si lamentano della lentezza del viceré nella difesa, richiedono che alla nobiltà sarda venga riservata l’assegnazione di incarichi civili e militari, si diffondono idee di cambiamento.
Allora gli Stamenti  (il Parlamento Sardo, costituito dagli Aragonesi nel 1421) si adoperarono per inviare al Re una richiesta dettagliata che rivendicasse i diritti della “nazione sarda”.

LE CINQUE DOMANDE

Nell’estate del 1793 gli Stamenti, pronunciano le Cinque Domande, in un memoriale indirizzato al sovrano:
1- che il Parlamento, mai riunito dai re sabaudi, fosse convocato come già dai re di Spagna, ogni dieci anni;
2- che si riconfermassero gli antichi privilegi del regno;
3- che, fatta eccezione per la carica di viceré, tutti gli impieghi civili e militari fossero concessi esclusivamente a Sardi;
4- che si istituisse un ministero per gli affari della Sardegna in Torino;
5- che si istituisse in Cagliari un Consiglio di Stato che il viceré avrebbe dovuto consultare per l’ordinaria amministrazione.
Sei membri degli stamenti vengono designati a costituire la delegazione che dovrà illustrare il memoriale al sovrano e le Cinque Domande, che sono affidate alla delegazione che si recherà a Torino per essere ricevuta dal re.
Ma le Cinque Domande vengono respinte dal re Vittorio Amedeo, che non ricevette neppure la delegazione sarda!
La resistenza ai Francesi aveva entusiasmato gli animi, perciò ci si aspettava un riconoscimento ed una ricompensa dal governo sabaudo per la fedeltà dimostrata alla Corona; grande fu pertanto la delusione, il malcontento, la rabbia verso i Piemontesi, della quale si fece espressione il Partito patriottico, guidato a Cagliari dagli avvocati  Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor.

IL VENTOTTO APRILE

La scintilla che fece esplodere la contestazione fu l'arresto ordinato dal viceré di due capi del partito patriottico,  Siamo appunto al 28 aprile del 1794: intorno all'una di pomeriggio di quel giorno, una Compagnia di granatieri  del reggimento svizzero Schmidt, scende dalla Porta Reale, a Cagliari, dirigendosi verso il quartiere di Stampace. I soldati sono in uniforme di parata: la gente che passa pensa di essere di fronte ad una esercitazione…Ad un certo punto con un passo più veloce, una parte dei soldati si dispongono circondando l'abitazione dell'avvocato Vincenzo Cabras. Venne ordinato l'arresto del Cabras e del genero, Efisio Pintor, anche lui avvocato, considerati dalle Autorità Piemontesi due pericolosi rivoluzionari.
Gli  abitanti del quartiere di Stampace forse i più agguerriti perché i più fieri della propria identità, della propria autonomia, avversi nei confronti del Castello abitato da "aristocratici nullafacenti e piemontesi boriosi", furono i primi ad accorrere sdegnati contro l'arresto. Si aggiungono, poi, i quartieri di Marina e Villanova.
I rivoltosi dei tre Borghi, sbarazzatisi delle Porte che impedivano l'unificazione del movimento, puntarono decisamente su Castello; per ordine dei Viceré e del Generale delle armi si cominciò a sparare cannonate contro i borghi.
Anche tra gli abitanti di Castello vi fu chi appoggiò decisamente la rivolta e con coraggio tentò senza riuscirci, d'impadronirsi dei cannoni.  I rivoltosi con una vera battaglia, con morti e feriti, riescono a "conquistare"  Castello con il  Palazzo Viceregio, uccidendo nello scontro decisivo il comandante delle guardie.

"Procurad ' e' moderare barones sa tirannia"  che vuol dire,  "procurate di moderare (…porre termine) o Baroni la vostra tirannia …….perché altrimenti, per la mia vita, riporterete i piedi per terra: il popolo cagliaritano così cantava l'odio contro i piemontesi e quel giorno costrinse il viceré e i suoi funzionari a rintanarsi nelle loro stanze per il terrore di essere massacrati.

Si giunse comunque ad uno accordo con il Viceré: i piemontesi avrebbero avuto tutti salva la vita e i beni ma tutti (compreso il Viceré) avrebbero abbandonato l'isola.
Il 7 maggio 1794 tutti i piemontesi ed i loro beni furono accompagnati al porto e imbarcati su tre navi. Mentre il Vicerè e i suoi familiari si avviavano al porto, seguiti da una ventina di carri a buoi  carichi di masserizie, la popolazione fece fermare i carri con l’intenzione di portar via il carico; iniziarono a scaricare i carri, quando Vincenzo Sulis, caporione del popolo, convinse  i cagliaritani  a consentire che  i piemontesi portassero via le loro cose, affinché i sardi non apparissero aver fatto la rivoluzione per appropriarsi di quei beni e non per riguadagnarsi la libertà e l’indipendenza. 


Così finiva la grande rivolta del popolo sardo: era il 1794, ricordato nei secoli avvenire come “S’ann’e s’acciappa!” (l'anno della cattura) ed oggi celebrato il 28 aprile di ogni anno come Sa die de sa Sardigna (il giorno della Sardegna).

giovedì 16 aprile 2015

FURASANTUS !! (Ruba Santi)

                                      


Dal 23 marzo 1615 le reliquie del Santo Antioco si trovavano ad Iglesias,  portate dall'arcivescovo di Cagliari Mons. Desquivel, essendo l'isola di Sant'Antioco scarsamente popolata e poco sicura.
Furono custodite in una cassa con quattro chiavi, dallo stesso arcivescovo assegnate in custodia a “los Capitulares de la Cathedral de Iglesias con condicion que si en algun tiempo se bolviesse a poblar la Isla de S.Antiogo, se las hayan de restituir, siendo aquel su proprio lugar" (al Capitolo della Cattedrale di Iglesias, con la condizione che, se in qualsiasi tempo si dovesse ripopolare l’isola di Sant'Antioco, le dovessero restituire, essendo quello il suo proprio luogo).


Da allora, ogni anno, "po sa festa manna" (in occasione della Festa Patronale) che, allora come oggi, si celebrava la seconda domenica dopo Pasqua, seguendo la statua del Santo, le reliquie venivano portate processionalmente nell'Isola, ma terminate le celebrazioni facevano ritorno in Iglesias.
Intanto l’isola di Sant'Antioco andava progressivamente ripopolandosi, ma le sacre reliquie restavano ad Iglesias: che quelle Spoglie venissero portate sull'isola una volta all'anno, e solo per qualche giorno, non era sufficiente, non era naturale. Il Santo doveva ritornare!
Il Comune di Sant'Antioco, trascorsi 200 anni,  ne fa richiesta al Capitolo ed al vescovo mons. Montixi, appellandosi all'impegno di restituzione stabilito nel 1615 da Mons. Desquivel. Ma il Capitolo non è dello stesso parere, ed anch'esso si fa forte della donazione in perpetuo del medesimo Desquivel del 1621 che corregge il precedente atto.
Nel giugno 1851 il Comune di Sant'Antioco insiste e tenta la via giudiziaria;  il 29 marzo 1852 il Tribunale provinciale di Cagliari, accogliendo le istanze degli antiochensi, condanna il Capitolo alla restituzione delle Reliquie e degli arredi sacri relativi. Il Capitolo ricorre in appello.
Nel febbraio 1853, inoltre,  in favore del Capitolo e contro il Comune di Sant'Antioco si schiera, come parte in causa, il Comune di Iglesias, argomentando che il Desquivel aveva affidato al Comune una delle chiavi del Reliquiario, quale compenso delle spese sostenute per i lavori di scavo e per la causa contro Sassari; vantava, in aggiunta, in suo favore la prescrizione di possesso ultra centenario.
La causa si concluderà il 9 ottobre 1855 con la sentenza pronunciata a Cagliari in favore del Comune di Sant'Antioco.
Ma la “discesa in campo” del Comune di Iglesias quasi sicuramente aveva acceso gli animi dei fedeli antiochensi, che non aspettarono la sentenza definitiva del tribunale di Cagliari: nell'anno 1853, due mesi dopo che entrava in causa il Comune di Iglesias, in Sant'Antioco, a conclusione degli annuali festeggiamenti di aprile, con un colpo di mano si impedì il ritorno delle Reliquie ad Iglesias.
Il racconto desunto da una nota storica del defunto Mons.Armeni, profondo conoscitore e studioso della storia isolana, illustra come presumibilmente andarono i fatti.
Ecco ora la narrazione di Don Armeni.
"Nell'aprile del 1852 le Autorità locali avevano, in segreto, predisposto un piano da attuare per la "riconquista" del Santo. Il Sindaco Campus aveva chiesto al La Marmora un manipolo di militi che sarebbero intervenuti soltanto in caso di emergenza. I festeggiamenti, quell'anno, erano stati particolarmente solenni. Ma il lunedì, dopo la processione, inspiegabilmente, il Simulacro venne rinchiuso subito nella sua cassa. Forse gli iglesienti avevano intuito le intenzioni dei locali, ed il Capitolo aveva deciso di ripartire il martedì 12 aprile. Inutilmente il parroco Ravot si interpose perché, come era consuetudine, il simulacro rimanesse esposto alla venerazione dei fedeli fino alla partenza che era sempre fissata per il mercoledì.
Quella notte a Sant'Antioco dormirono in pochi; si attese l'alba con impazienza. All'ora stabilita erano tutti presenti e riuscirono a dissimulare i loro sentimenti fino alla "Croce delle Reliquie", dove il Simulacro e l'arca delle reliquie, sui loro rispettivi cocchi, davano l'arrivederci al paese. 
Ma ad un cenno stabilito, i giovani e gli uomini di Sant'Antioco circondarono il cocchio con le Reliquie, ed al grido "Su Santu est su nostu e s'Arrelichia puru" (il Santo è nostro e anche le Reliquie) intimarono agli Iglesienti di partire senza l'arca.


"Maistu Casacca", vista la mala parata, fece schioccare la frusta e pungolando ferocemente il cavallo che trasportava il cocchio con la cassa del simulacro e l'argenteria, riuscì ad aprirsi un varco tra la folla e fuggì precipitosamente. Lo lasciarono andare, perché non si potevano accampare diritti sul simulacro.
Volarono i primi schiaffi di reazione agli insulti e agli epiteti lanciati dagli iglesienti che urlavano contro i locali "Fura Santus" (Ruba Santi). I più scalmanati staccavano dalle siepi circostanti pale spinosissime di fichi d'india ed i frutti acerbi ma spinosi di queste piante grasse. Ed iniziò un lancio feroce contro gli avversari che urlavano di dolore, colpiti dagli aculei:  qualcuno di quei frutti fece centro sui bianchi ermellini dei prelati, insudiciandoli di rosso e di verde, mentre i cavalli, imbizzarriti, minacciavano di disarcionare i canonici avviliti e sgomenti per quell'avvenimento ignominioso. 



L'alta tensione degli animi traspariva dai volti accesi dall'ira e minacciava di trascendere in una vera tragedia di sangue. I miliziani di scorta all'arca attendevano ordine di aprire il fuoco sulla folla inferocita e guardavano in cagnesco il manipolo dei colleghi che parteggiavano per i locali. Il Cav. Campus, vista la piega che stava prendendo la rivolta, ebbe un'idea geniale: perché non risolvere la contesa in campo atletico? Avrebbe issato una bandiera su di un'asta e le Reliquie sarebbero rimaste alla città la cui squadra avrebbe conquistato la bandiera. La proposta venne accettata. Si scelsero gli atleti tra i giovani dell'una e dell'altra parte. E la gara, degna di una olimpiade, iniziò tra le urla frenetiche dei presenti che incoraggiavano i loro beniamini. Gli atleti di Sant'Antioco si batterono da leoni, suscitando l'ammirazione di tutti e riuscirono per primi a strappare la bandiera tra gli applausi assordanti dei paesani. Furono portati in trionfo. Avevano ottenuto una vittoria che valeva più di una conquista della medaglia d'oro ai campionati olimpici. Essi stessi poi si caricarono sulle spalle l'arca, mentre gli iglesienti, con l'aria classica dei pifferi di montagna suonati, dovettero avviarsi alla loro città con lo scorno della sconfitta e soprattutto con nell'animo la profonda amarezza di aver perduto le Reliquie del Santo che avevano custodito per duecento trentasette anni. Inutilmente continuarono a lanciare il grido provocatorio di "Fura Santus" subissati dal grido di una marea di popolo che rispondeva "Su Santu est su nostu e s'Arrelechia puru". 

I fatti di quell'anno ebbero uno strascico giudiziario qualche tempo dopo davanti al Tribunale di Genova, che, pur stigmatizzando gli abitanti di Sant'Antioco per il fanatismo e la violenza usata contro gli iglesienti, definiva positivamente per il Comune di Sant'Antioco la sentenza sollecitata dal vescovo Giovanni Battista Montixi.
Dopo la sentenza di Genova è cessata ogni contestazione, e non si è più toccato l'argomento.
Così dal 1853 - cioè da oltre 160 anni - è cessato quell'antico pellegrinaggio che per secoli aveva scosso tutta la Sardegna, e che più tardi - e precisamente nell'anno 1657 - Cagliari copiava col trasporto di S. Efisio a Nora e che ancor oggi continua con la sagra del primo maggio, così come da secoli si ripete quello della statua di Santa Maria di Monserrato, patrona di Tratalias,, che è ancora custodita nella cattedrale di Iglesias, e che ogni anno viene traslata nella sua bellissima chiesa di Tratalias in occasione della Festa Patronale per poi essere riportata ad Iglesias il martedì dopo la festa.
Tra iglesienti ed antiochensi è rimasto solo, ancora oggi usato,  l’epiteto  "Furasantus",  che antiochensi e iglesienti si lanciano reciprocamente,  ora soltanto con sana ironia.

p.s. Anche gli abitanti di Bortigali venivano (o vengono ancora?) chiamati, specie dai bolotanesi, fura-Santos, sentendosi questi ultimi defraudati dell'onore di fare essi la festa della Madonna dei Sambuchi (“nostra Signora de Sauccu”), dai molti sambuchi che vi sono nella collina, in territorio di Bolotana, in cui si trova un’antica Chiesa a lei dedicata; la festa viene celebrata ogni anno, l’8 settembre, dai bortigalesi che vi destinano sempre un nuovo priore, il quale provvede alle feste con un forte dispendio.
Essendo l’antica chiesa nel loro territorio, agli abitanti di Bolotana non faceva certo piacere che la festa fosse organizzata dai Bortigalesi;  tal ché in occasione dell'8 settembre ogni anno avvenivano delle furibonde risse tra i fedeli dei due centri... in onore alla Madonna.  Ora non più: l'affronto è stato ormai dimenticato e gli animi si sono placati.

leggi anche:
http://jacarandiamo.blogspot.it/2015/03/iv-centenario-del-ritrovamento-del.html

venerdì 10 aprile 2015

FESTE DI PRIMAVERA A SANT'ANTIOCO


Dal 18 aprile al 2 giugno a SANT’ANTIOCO è un susseguirsi di feste, manifestazioni, eventi che rendono spettacolare la PRIMAVERA nel Sulcis.

Si inizia col botto: da venerdì 18 aprile a martedì 21 aprile la FESTA DI S.ANTIOCO, inserita fra i Grandi Eventi della Regione Sarda, che giunge alla 656^ edizione e che quest’anno celebra anche il IV centenario del ritrovamento del corpo di S.Antioco Martire (18 marzo 1615).
Vedi qui il programma completo:


Il 1° e 2 maggio “Sant’Antioco in fiera, fra arte, Creatività e Natura”:
numerosi espositori provenienti da tutta la Sardegna trasformeranno le vie del centro in modo colorato, originale e allegro.
Negli stessi giorni, nel vecchio borgo medioevale di Tratalias (a 10 minuti da Sant’Antioco) la Festa Patronale dedicata alla Beata Vergine di Mont Serrat.



Il 9 e 10 maggio la tappa di Calasetta di PRIMAVERA SULCITANA,  una kermesse di valorizzazione del territorio che si articola in 10 settimane, dove si mettono in evidenza le bellezze di tutti i comuni del Sulcis.


A metà maggio (16 e 17) in contemporanea, due grandi eventi: il RADUNO DELLE ASSOCIAZIONI CARABINIERI di tutta la Sardegna, due giorni di mostre, sfilate, spettacoli; e negli stessi giorni la manifestazione annuale di MONUMENTI APERTI.



Ed infine una chiusura pirotecnica: dal 30 maggio al 2 giugno, in contemporanea con il GIROTONNO che si svolge a Carloforte e che può essere raggiunto comodamente da Sant’Antioco (imbarco a Calasetta) nelle tarde ore serali con possibilità di rientro fino alle 4 del mattino, due grandi manifestazioni: la tappa di Sant’Antioco di PRIMAVERA SULCITANA e la seconda edizione di LA LAGUNA ESPONE, Sport, Natura, Cultura, Tradizione, Esposizioni, Divertimento, Musica, Spettacolo e molto altro! 

Vedi qui il programma completo:


Volevate un’occasione per venire a visitare Sant’Antioco nella sua stagione più bella? Noi ve ne abbiamo dato molte di più: potete anche venire a trovarci più di una volta!

giovedì 26 marzo 2015

PASCA MANNA

La Settimana Santa in Sardegna

tra atmosfere suggestive e mistiche


Pasqua è il periodo ideale per visitare la Sardegna: la natura è in pieno splendore, ci si può già godere i primi caldi al mare e si può assistere agli affascinanti riti della Settimana Santa. Nella Sardegna tradizionale la festa della Pasqua supera per importanza e solennità lo stesso Natale. La Pasqua in sardo è chiamata Pasca Manna, cioè Pasqua Grande, per distinguerla dalla Paschixèdda (Pasqua Piccola), che sarebbe il Natale. La Settimana Santa in Sardegna è un’esperienza unica ed emozionante. Tradizioni molto antiche e forti influenze spagnole sono alla base di riti, processioni e momenti corali particolarmente sentiti, che richiamano fedeli e turisti in varie parti dell’isola. Antichissime usanze autoctone, gelosamente custodite dalle tante confraternite in tutti i centri isolani, si mischiano con secolari tradizioni di origine spagnola per dar vita a riti, processioni e momenti corali di grande forza espressiva e suggestione.
Risaltano soprattutto le processioni dei Misteri, i toccanti riti della deposizione dalla croce (Su Scravamentu) e l’incontro tra la statua di Gesù e della Madonna (S’Incontru) per le vie dei paesi. Un ruolo di particolare importanza lo svolgono le Confraternite che curano le sacre rappresentazioni e sfilano nei loro suggestivi costumi: tutti i riti della Settimana Santa sono accompagnati dai Goccius (o Gosos), antichissimi canti legati ai cicli dell’attività contadina che si tramandano di generazione in generazione.
Nei riti della Settimana Santa sono presenti anche evidenti elementi di origine precristiana. Fra questi, l’usanza dell’esposizione, quale unico addobbo delle chiese, di Su nènneri  (germogli di grano, dal colore giallo verdino). La preparazione di questi ornamenti è molto particolare e rituale: il mercoledì delle ceneri vengono infatti sistemati dei chicchi di grano in un piatto con ovatta inumidita. Il piatto viene poi conservato al buio per tutta la Quaresima; i chicchi germogliati compongono un fitto fogliame color giallo oro.

La Settimana Santa ad Iglesias

In tutta la Sardegna durante la Settimana Santa si svolgono solenni processioni e riti della Passione, ma le celebrazioni più suggestive sono sicuramente quelle di Iglesias. In questa  città medioevale, dalla fine del Seicento, i rituali Pasquali rievocano suggestive e coinvolgenti atmosfere legate alla cultura e alla tradizione spagnola, attraverso un potente rito collettivo denso di religiosità, misticismo e tradizione che incuriosisce per gli evidenti riferimenti iberici e affascina per la spiritualità devota della popolazione. La teatralità della manifestazione risente fortemente dell’influsso culturale spagnolo, con il lutto e la commozione esibiti con grande drammatizzazione.
Dalla Domenica delle Palme, lglesias entra in un clima particolare; la Settimana Santa si "sente" nelle strade e nei vicoli della Città vecchia, c'è attesa per i suoi riti, c'è un sentimento collettivo di pietà e mestizia per la Passione di Gesù che dopo duemila anni suscita commozione come se si ripetesse per davvero.
La settimana santa di Iglesias è organizzata dalla Arciconfraternita del Santo Monte che vanta cinque secoli di vita, di operoso lavoro nel campo religioso e del sociale.  Il Santo Monte ha vita regolata da antichissime costituzioni e consuetudini che nel corso dei secoli sono mutate con poche e non sostanziali modifiche. Il corpo dei Confratelli (o Germani come si appellano adattando lo spagnolo Hermanos) era un tempo formato particolarmente dalla classe nobiliare: l’abito dei Germani, bianco, inamidato e guarnito di fiocchi neri, è di chiara influenza spagnola; esso verrà indossato al momento della professione con un rituale elaborato che si tramanda senza modifiche. Sfilano in processione in rigoroso ordine di anzianità, con il cappuccio abbassato (Sa Visiera). Tutti i riti della settimana santa vengono accompagnati da matràccas: particolari strumenti in legno, che producono un suono inconfondibile.

immagine tratta dal blog  https://xtefen.wordpress.com/

I RITI DELLA SETTIMANA SANTA A IGLESIAS

MARTEDÌ  SANTO - LA PROCESSIONE DEI MISTERI 

Ad Iglesias per le vie cittadine vengono trasportati sette simulacri che rappresentano la passione di Cristo. Il primo a sfilare è la portantina che simboleggia l’orto in cui Gesù fu catturato. Seguono le raffigurazioni di Gesù imprigionato, flagellato e coronato di spine, in cammino verso il Calvario col crocefisso; conclude la Madonna Addolorata col cuore trafitto da tre spade.

MERCOLEDÌ SANTO

In diversi centri è il giorno della vestizione a lutto. Ad Iglesias: benedizione col “Lignum Crucis”, benedizione e distribuzione dell’ulivo e dei fiori.

GIOVEDÌ SANTO – L’ADORAZIONE DEI SEPOLCRI 

Le chiese sarde sono allestite a lutto e si legano le campane; ad Iglesias il giovedì si svolge la processione dell’Addolorata: il simulacro della Madonna, nella ricerca simbolica del Figlio, viene fatto entrare in sette chiese cittadine in cui è allestito il Santo Sepolcro. La sera del Giovedì Santo, Iglesias si riempie di Baballottis (dal sardo campidanese baballotti, “animaletti”), persone che indossando una veste bianca e con il capo coperto da un cappuccio con due fori per gli occhi (sa visiera), accompagnano il simulacro della Madonna Addolorata che cerca Gesù nelle chiese della città. Si spostano al suono dei tamburi e delle matraccas, antichi strumenti costituiti da ruote dentate su un supporto di legno che, fatti roteare, creano frastuono. Accompagneranno, infine, la suggestiva processione del Venerdì.

VENERDÌ SANTO -  LA DEPOSIZIONE (in Sardo: s’Iscravamentu; Desclavament in catalano)

Quello della deposizione è uno dei momenti più emozionanti della Settimana Santa sarda. Ad Iglesias alle nove del mattino la Processione del Monte ed infine, alle 20, la Processione del Descenso, con il S. Giovanni, la Maddalena e “Is Varonis”: è la manifestazione più attesa e suggestiva di tutta la Settimana Santa, che rappresenta il funerale di Gesù.


SABATO SANTO 

E’ il giorno dedicato all'adorazione dei Sepolcri e della Santa Croce

DOMENICA DI PASQUA

È la più grande festa dell’anno. Al canto del “Gloria”, nella notte, mentre le campane riprendono il loro concerto di festa, entra nelle Chiese Gesù Risorto. Quindi la domenica mattina due processioni con due itinerari diversi: una con la Madonna, l’altra con Gesù Risorto. Due processioni che si uniscono nel luogo dell’Incontro gremito di popolo: tre inchini da tre distanze sempre più ravvicinate. Quindi un’unica processione fino al rientro in Chiesa per il solenne pontificale.
S’Incontru si svolge anche in altri paesi della Sardegna, compreso Sant’Antioco dove l’evento è decisamente suggestivo.
Tanti riti tradizionali e suggestioni della festa più grande ed importante dell’anno, la Pasqua di Resurrezione, Sa Pasca Manna!

video di Jacopo Tofani
vedi il video completo su  https://www.youtube.com/watch?t=462&v=VaYTE6NNEWs 

mercoledì 18 marzo 2015

IV CENTENARIO del ritrovamento del corpo di S.Antioco Martire

Oggi, 18 Marzo 2015, ricorre il quattrocentesimo anniversario del ritrovamento delle spoglie mortali di Sant’Antioco Sulcitano, Patrono della Sardegna e protomartire della cristianità.


E' il Giubileo di Sant'Antioco che avrebbe potuto essere il Giubileo della Sardegna intera; un evento, prima di tutto religioso, storico, unico ed irripetibile. Non esistono molte realtà in Italia che possono vantare un primato così straordinario; un culto, invero molto più antico, praticato senza soluzione di continuità in molti centri della Sardegna, non solo a Sant’Antioco, ma che soltanto a Sant’Antioco pare abbia avuto la sua genesi.
Proviamo a raccontarla.
Nei primi anni del 1500 la polemica tra gli arcivescovi di Sassari e Cagliari per il primato sulla Chiesa sarda assunse un'asprezza di toni tale da avere ripercussioni anche sul piano politico.
Sin dal 1409 i presuli di Cagliari si erano attribuiti il privilegio di "primate di Sardegna e Corsica", fatto cui da subito si opposero, senza però ottenere risultati concreti, i prelati sassaresi.
Da allora in poi nella contesa intervennero diversi attori, in un gioco di trame, sotterfugi e ricorsi a cavilli giuridici. Oltre al sovrano Filippo III infatti, che con il tramite del viceré si schierava a favore dell'arcivescovo cagliaritano, prese parte alla controversia il primate di Pisa, timoroso di vedere disconosciuti i diritti della sua sede.
La disputa continuò ancora più violenta nel 1613 con la nomina ad arcivescovo di Sassari di Gavino Manca Cedrelles, già vescovo di Alghero e legato da parentela alle famiglie più influenti della nobiltà catalana.
Una soluzione al problema sembrò venire dall' "invenzione" (ritrovamento) dei corpi dei martiri, la cui quantità e rinomanza avrebbero legittimato la supremazia di una delle due diocesi. Ciò era in linea con il programma controriformistico che nel rinvenimento delle reliquie dei primi testimoni della fede vedeva riconosciuto il ruolo di Roma come fulcro del cristianesimo e custode delle sue memorie.
Partì quindi, sia nel Cagliaritano che nel Sassarese una frenetica campagna di scavi alla ricerca dei corpi dei martiri, in Sardegna.
Giungiamo così al 18 marzo dell’anno 1615, giorno dell’invenzione, a Sulci (antico nome di Sant’Antioco),  delle reliquie del Martire Antioco, al quale l’isola era ed è dedicata, avendone assunto il nome.
Il ritrovamento è descritto con ampiezza di particolari, nella relazione dell’Arcivescovo di Cagliari Desquivel   al papa Paolo V, che è conservata nell’Archivio Segreto Vaticano, ed  al re di Spagna, Filippo III. La relazione è riportata, insieme con la storia dei successivi sviluppi, da Roberto Lai nel sito del Comune di Sant’Antioco (http://www.comune.santantioco.ca.it/cms/il-santo/il-rinvenimento-delle-reliquie.html) è qui la riprendiamo, per raccontare una storia di 400 anni esatti ad oggi, particolarmente importante per la storia del Santo e dell’isola di Sant’Antioco.


Il 18 marzo del 1615, la delegazione inviata a Sulci per la ricerca del corpo del Santo, dopo aver digiunato per un giorno a pane ed acqua, entrò nella chiesa a piedi nudi, pregando fervorosamente Dio che concedesse questo dono, mettendo come intercessore il Santo stesso. Finita la preghiera entrarono nella catacomba dove il Santo morì e andarono verso il luogo dove da sempre si diceva fosse la tomba del Santo. All'entrata della stessa catacomba, che era a forma di cappella con sei colonne, trovarono un sarcofago di marmo posto sopra un altare molto antico; qui venne rinvenuta una lapide (che gli studiosi fanno risalire ad almeno un secolo prima) che parla di restauri fatti eseguire dal Vescovo Pietro in un’Aula già esistente, abbellendola con marmi (+AVLA MICAT VBI CORPUS SCI ANTHIOCI QVIEBIT IN GLORIA…). La lapide era posta sopra l’altare, fissata alla parete con ganci di ferro, consumati dal tempo. 

Letta la lapide crebbero le speranze. Smontarono l’altare, ruppero un impasto molto forte, che ricopriva un vano costruito in calce e pietre ben lavorate e con le pareti dipinte; dentro stava il corpo del Glorioso martire, composto in modo che la testa corrispondeva al punto della lapide in cui erano scritte per esteso le parole: BEATI SANCTI ANTHIOCI.
La vista delle reliquie riempì tutti di ammirazione e di devozione. Fu subito manda un corriere per informare il Vescovo. L’Arcivescovo Desquivel, dopo il rinvenimento della lapide e delle reliquie del Santo Antioco mostrò al popolo il teschio del Santo e con esso lo benedisse. Poi suggellò la cassa con quattro chiavi, “y estas entregò a los Capitulares de la Cathedral de Iglesias con condicion que si en algun tiempo se bolviesse a poblar la Isla de S. Antiogo, se las hayan de restituir, siendo aquel su proprio lugar”.( e la consegnò al Capitolo della Cattedrale di Iglesias, con la condizione che, se in qualsiasi tempo si fosse ripopolata l’isola di S.Antiogo -  che in quegli anni era praticamente spopolata - dovessero restituirla all’isola, essendo questo il naturale luogo di conservazione delle relique). 
Del ritrovamento del Sacro Corpo il Desquivel ebbe subito l’accortezza di incaricare alcuni notai che raccogliessero sotto giuramento le deposizioni delle varie persone che furono testimoni dell’accaduto. Inoltre ne fece una relazione ben particolareggiata al papa Paolo V, che è conservata nell’Archivio Segreto Vaticano, ed una al re di Spagna, Filippo III, a cui offriva anche in un reliquiario d’argento un Osso della gamba del Santo.



Cattedrale di Cagliari, Cappella Centrale. 
Si possono leggere in due lapidi le risposte di plauso, date dal Papa Paolo V  nel 1618 e dal re di Spagna Filippo III nel 1619, alla comunicazione di mons. De Esquivel sul ritrovamento delle reliquie dei Martiri. 
Questa relazione si trova ancora nella “Biblioteca Nacional de Madrid”, conservata tra i manoscritti al n. 8664. È opportuno intanto notare come lo stesso Desquivel, 6 anni dopo, portasse una correzione al suo impegno per la cessione delle Reliquie. Con atto del febbraio 1621 – in considerazione delle spese sostenute dal Capitolo e dal Comune di Iglesias per gli scavi e la causa contro Sassari – donava “in perpetuo” le Reliquie alla Città. Comunque esse rimasero ad Iglesias per oltre 200 anni. “Pò sa festa manna” di dopo Pasqua, tutti gli anni, seguendo la statua del Santo, esse venivano portate processionalmente nell’Isola, ma terminate le celebrazioni facevano ritorno in Città. La popolazione risorgendo e crescendo si sentì però in qualche modo quasi orfana, senza la continua presenza delle spoglie del suo Martire, del suo “Padre nella fede”.
Quell’antica chiesa monumentale, che oggi finalmente possiamo ammirare nel rigore della sua fattura originaria, integrata dalla catacomba testimone della fede dei primi nostri cristiani, era vuota senza quel Corpo Santo, che per secoli aveva lì riposato richiamando tanti fedeli. Che quelle Spoglie ci venissero una volta all’anno, e solo per qualche giorno, non era sufficiente, non era naturale; il Santo doveva ritornare.
…E vi sono ritornate!… ma questa è una storia che racconteremo un’altra volta!